Shintoismo Tradizionalmente si suole distinguere la religiosità del Giappone in shintoismo, buddhismo e credenze popolari. In realtà le tre forme si sono spesso mescolate tra loro e oggi ogni Giapponese segue almeno due religioni, quella shintoista e quella buddhista. In particolare lo shinto rappresenta la religione della nascita, della vita, della fecondità e della festa; il buddhismo invece regola i funerali, il culto dei defunti, le manifestazioni mistiche. Oggetto di particolare culto è la natura, le cui forze ed i cui fenomeni venivano venerati e dotati di virtù etiche fin dai tempi più antichi. In Giappone coscienza e sensibilità religiosa si sono plasmate nei secoli attraverso la fusione di shintoismo, buddhismo e confucianesimo. Shinto significa "via degli dei": non ha dogmi, né codice morale, né libri sacri, ma una ricca mitologia e un senso profondo dei legami di sangue, famiglia e razza. Proprio queste caratteristiche fanno dello shintoismo più che una credenza religiosa un atteggiamento dello spirito. Lo shintoismo (che conta in Giappone circa 80 000 santuari) è una religione immanentista: nella natura essa pone i due principi fondamentali yin e yang, rappresentati all'origine dalle due divinità creatrici Izanagi (maschile) e Izanami (femminile), dalla cui unione tutto deriva. Lo shinto glorifica l'irrazionale e l'intuito, segue un forte pragmatismo e lega l'uomo alle circostanze più che a principi e regole. Le sue credenze si possono così riassumere: la natura, il mondo, l'uomo sono divini; la vita è sacra; l'ordine sociale ha fondamenta cosmiche; il bene è purezza, il male impurità. La violazione delle regole deve essere corretta con adempimenti rituali che riportano alla purezza. Degni di onore sono i kami, che rappresentano tutto ciò che è divino o che, semplicemente, è dotato di una forte carica vitale ed è comunque superiore.
Nulla meglio del concetto di kami servirà a spiegare questa intima essenza delle credenze shintoiste. Kami ha indicato all'inizio il semplicissimo concetto "su, sopra"; poi venne usato parlando di oggetti o esseri in cui fosse preminente tale relazione con quanto stava loro vicino, per esempio: la cima, il capo, la parte sovrana, la parte alta di una valle, i capelli di una testa, chi governa, le autorità, i superiori, un essere soprannaturale, l'imperatore. Alcuni di questi concetti vengono scritti con ideogrammi diversi fra loro, ma l'origine etimologica è la stessa. L'idea generale è "ciò che sta sopra"; sia sul piano fisico sia su quello spirituale; non c'è da stupirsi, dunque, se il termine kami viene applicato ad una infinità di enti: il drago, l'eco, la volpe; perfino alcuni mari e montagne vengono chiamati kami.
Le manifestazioni più tipicamente religiose dello shinto (escluse cioè le feste a carattere collettivo) sono di una semplicità che denota l'origine agreste del culto: gli abiti sacerdotali sono chiari, solenni e senza sfarzo, i fogli di carta con le invocazioni dei credenti sono appesi a rami di alberi, in luogo della preghiera meditativa vi è un semplice battere di mani per richiamare l'attenzione divina, la cui presenza è testimoniata dallo specchio che i sacrari shintoisti custodiscono come rappresentazione di Amaterasu, la dea del Sole.

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Buddhismo In Giappone i templi buddhisti sono numerosissimi, di tutte le fogge e dimensioni: dal maestoso Nishi-Honganji, tutto d'oro e nero, ai tempietti sparsi nelle campagne fra i bambù. Tuttavia i riferimenti all'insegnamento, alle leggende, ai testi buddhisti sono assai sporadici. Eppure il buddhismo ha avuto un'enorme importanza nella formazione della cultura e dell'arte nipponica e anche sotto il profilo psicologico e di costume la sua influenza è ancor oggi notevolissima: l'amore appassionato per la cultura, con la quale il buddhismo si identificò quando fu importato in Giappone, zelante e diffuso in ogni classe, la tolleranza più larga e benevola per ogni tipo di confessione, il senso dell'unità universale dei viventi. Persino l'ikebana, l'arte di disporre i fiori, la cerimonia del tè, l'architettura raffinata dei giardini, il no , sono legati all'insegnamento buddhista.
Nato dal buddhismo, ma completamente diverso, è lo zen, che costituisce una delle creazioni più originali dello spirito giapponese e delle più congenialia esso. I suoi principi possono essere enunciati così: «Nessun vincolo derivato dalla parola scritta, puntar direttamente al cuore dell'uomo, scoprendo la propria natura». Per lo zen, infatti, la verità si coglie con l'intuizione improvvisa, che non può essere spiegata ed analizzata, ed è raggiungibile solo interrompendo ogni processo di conoscenza lineare e rigorosamente logico, poiché la realtà è mutevole. L'uomo percepisce dentro di sé la relazione che lo lega all'infinitamente piccolo come all'infinitamente grande, mentre ciò che immaginiamo essere la realtà è solo l'insieme di forme illusorie che la struttura del nostro spirito e l'influenza dei nostri sentimenti danno all'esperienza, forme illusorie che si riflettono l'una nell'altra all'infinito come in un gioco di specchi. Per uscire dall'illusione è necessario un esercizio quotidiano di liberazione dal concetto di progresso che ci insegni a allentare le tensioni e cogliere con un solo atto ciò che prima pareva irraggiungibile.
Ogni uomo per lo zen è un Buddha, poiché tutto già esiste in noi stessi. Il "cammino" consiste nel raggiungere il proprio centro, fonte di stabilità ed armonia, meta finale da raggiungere. Secondo la dottrina zen, l'uomo non ha provenienza e destinazione alcuna. Ecco perché la sua vita dovrebbe essere un errare senza meta nella piena padrnanza di sé. Ciò che conta è vivere l'istante, quell'istante che separa la vita dalla morte e nello stesso tempo li unisce. Per raggiungere la consapevolezza e l'intima realtà delle cose, è necessaria la meditazione. Se l'uomo adempie nel migliore dei modi al compito che la vita gli assegna l'infinito si realizza in lui.
Accanto alle religioni tradizionali, dopo il 1945, con l'abolizione dello shintoismo come religione di Stato e l'instaurazione della libertà di culto, si è assistito alla nascita e alla diffusione di numerose "nuove religioni" in contrasto con il buddhismo ortodosso, che si adattano alle circostanze senza ambire a elaborazioni teologiche o filosofiche e si sono diffuse soprattutto tra le classi meno abbienti e tra le donne.
Associazioni, gruppi o sottogruppi religiosi coinvolgono un rilevante numero di adepti.L'intimismo zen è legato nella psicologia giapponese a fenomeni apparentemente diversissimi: si sposa alla determinazione, alla ferocia, all'impassibilità dei samurai e ispira le più delicate espressioni (la bellezza di un giardino, l'atmosfera rarefatta della cerimonia del tè.)
Lo zen introdusse i concetti estetici di wabi e sabi. Wabi indica tutto ciò che non è artefatto, ma semplice e puro; sabi è ciò che possiede un'aria un po' vecchia, patinata dal tempo e dall'uso. Essi delineano le coordinate del gusto comune, delle cerimonie, degli atteggiamenti e della vita quotidiana.
Sullo zen, che ha insegnato ai Giapponesi questa raffinatezza nel gusto, si basa anche la filosofia del samurai. Lo scopo dello zen è il raggiungimento, che può avvenire per illuminazione, satori , ovvero la comprensione della non-essenzialità dell'io. D'altra parte una delle doti più importanti nell'uomo di guerra è appunto quella freddezza e lucidità di giudizio, quel saper prescindere dall' immediato. Liberato dalla paura della morte (che è la più bruciante consapevolezza dell'io), dalla preoccupazione di salvarsi, il samurai, determinato e preciso, combatteva facendo appello a tutte le sue risorse, senza pathos e ferocia. Persino nei suicidi è presente una componente d'ispirazione buddhista: essi sono determinati da una sorta di stanchezza metafisica, dalla consapevolezza di non essere essenziali.

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